Meditazione

“O Sariputra, la forma è vacuità e la vacuità è forma; la vacuità non differisce dalla forma, la forma non differisce dalla vacuità; qualsivoglia cosa sia forma, quella è vacuità; qualsivoglia cosa sia vacuità, quella è forma”

(I libri buddhisti della sapienza. Il sutra del diamante. Il sutra del cuore. Di Edward Conze, Ubaldini Ed.)

La meditazione nel Chan Taiji

Nella Scuola della Chan Taiji Union la pratica della meditazione affianca e consolida la pratica del Neigong, del Taijiquan, del Tuishou, del Sanshou.

In questa sede non presentiamo il dettaglio del programma meditativo, desideriamo semplicemente soffermarci sull’approccio meditativo della Scuola.

Le nostre menti, affaticate dai tanti “rumori” dell’epoca contemporanea, possono riscoprire la virtù ancestrale del silenzio, percorrendo nella meditazione il cammino del ritorno al Se originario. E, così facendo, percepire più profondamente il senso ultimo della pratica del Neigong applicata a quella del Taijiquan: non tanto o non solo una ‘via’ per la salute e/o per l’autodifesa, quanto LA ‘VIA’ per riavvicinarsi alla dimensione di “innocenza” originaria, riconoscendo e oltrepassando i tanti vincoli e impedimenti che la memoria fisica e psichica ha tessuto nelle nostre vite.

Come ci ricorda il M° Wang Zhi Xiang, Il corpo è l’albero del Risveglio, la mente è come uno specchio limpido che ogni giorno và lucidato affinché la polvere non vi si depositi.

Un detto famoso, cui la tradizione aggiunge la risposta apparentemente disarmante del monaco Huineng, diventato Sesto Patriarca (638 – 713), una delle massime figure del Buddhismo Chan dell’ultimo millennio: il Risveglio in origine non ha albero, lo specchio non ha supporto, la natura del Buddha è sempre netta e pura, dov’è lo spazio per la polvere?

Ovviamente si tratta di una leggenda, i monaci Chan per lo più erano abbastanza colti, e per “abbandonare lo studio” ovviamente bisogna prima averlo praticato, e non poco. Sono stadi di un percorso unico che muove per tappe successive e che ci suggerisce di arrivare al punto di riuscire a “lasciare, abbandonare”. Cosa? Le tante ‘memorie’ della psiche e del corpo che, nell’interpretazione limitata dei sensi, ottundono la percezione della nostra natura originaria. E portano sofferenza.

I Greci antichi non a caso parlavano della “Verità” come qualcosa che esiste in natura, ma che è “velata” e che và appunto “svelata”: alleggerendo, togliendo, lasciare cadere i veli che la nascondono.

Le testimonianze della lampada

Gran parte di ciò che si conosce dei monaci Chan è contenuta in una forma particolare di letteratura buddhista, nota per lo più come testimonianze della lampada. Sono testi compilati e pubblicati in Cina attorno al decimo secolo, mentre la loro produzione continuò fino all’epoca moderna, diffondendosi – oltre che in Cina – anche in Corea e Giappone (Tsa Chih Chung, “Dice lo Zen”, Ed. Feltrinelli).

E a conclusione, da quelle Testimonianze, riportate nel libro citato, prendiamo a prestito una ‘storiella’. Sull’idea di abbandonare ogni cosa.

Un giovane aspirante monaco che intendeva raggiungere l’illuminazione si presentò, vivace e allegro, ad un anziano Maestro. “Ho abbandonato tutto, le mie braccia sono vuote e vengo qui con cuore sereno”. Lapidaria la risposta del Maestro: “allora lascialo andare”. Il giovane rimase perplesso, insistette: “ma ti ho detto che non ho nulla, cos’altro posso lasciare?”. Ancor più secca la replica: “bene, allora tientelo”.

Quale il senso?

“Abbandonare tutto deve includere il mettere da parte l’idea stessa di abbandonare tutto. Se ci concentriamo continuamente sull’abbandono di tutto, non raggiungeremo mai quel regno di purezza e tranquillità”

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